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Luoghi comuni, o più in generale, diversi punti di vista nel rapporto Italia Giappone. In pratica, cercheremo di rispondere ad alcune domande tipo "cosa pensa un giapponese dell’Italia?", " Che idee si sono fatti gli Italiani del Giappone?" ma soprattutto "perché ognuno non si fa i fatti suoi?" Cominciamo subito con un mito da sfatare: Cina e Giappone non sono la stessa cosa. Dico questo perché sono stato rintronato da frasi tipo: "Così hai la ragazza Giapponese, eh? A proposito, ieri sera ho mangiato al ristorante cinese!" Ma cosa c’entra?!? Certo, appartengono alla stessa "razza", ma hanno una cultura completamente diversa, per non parlare dell’economia e dello stile di vita (il cinese ricco si riconosce dalla bicicletta di lusso!). Invece, alle molte persone che pensano che i Giapponesi (o gli Orientali in genere) siano fisicamente tutti uguali, beh, a costoro voglio dire che non hanno proprio torto. In effetti si presentano tutti più o meno con la stessa fisionomia (non molto alti, occhi neri, capelli neri lisci) e diventa difficile per noi distinguerli in base ai nostri canoni. Per restare in tema sappiate che l’italiano medio viene raffigurato moro (i nipponici credono che non esistano biondi in Italia), irsuto, e anche un po’ grasso. Una piccola curiosità: in Giappone esiste un’espressione che distingue i volti dai tratti pronunciati da quelli con i tratti leggeri. I primi vengono detti: "Facce di burro ", gli altri "Facce di soia". Ebbene devo darvi la brutta notizia che noi Occidentali siamo considerati tutti delle gran facce di burro! Ma non solo: i Giapponesi, grazie alle loro innovazioni tecnologiche, sono riusciti a sintetizzare millenni di cultura italiana in quattro parole: pizza, spaghetti, mamma e mafia. Frequentando i nipponici ho potuto constatare che molti Italiani li salutano inchinandosi e unendo i palmi delle mani a mo’ di preghiera. Ecco, dovete sapere che quello è il saluto indù e che in Giappone di indù ce ne saranno sì e no un paio di dozzine. è Ora, che vi capiti proprio il giapponese indù non è impossibile. Ma passiamo a un altro mito da sfatare: la parola "banzai". Nella nostra immaginazione "banzai" è più o meno un grido di guerra, di incitamento, un po’ come "geronimo" per gli indiani (tutta colpa della Gialappa’s!). In realtà "banzai" può significare "evviva", ma si usa poco in questa accezione, oppure, nelle cerimonie ufficiali, è un saluto all’imperatore, un po’ come le nostre frasi tipo: "Lunga vita al re" (in giapponese si dice Tenno heika banzai).Per ultimo volevo parlarvi della credenza che i Giapponesi siano tutti stacanovisti. Purtroppo questo più che un luogo comune è una triste realtà. Essi non lavorano per vivere, vivono per lavorare e concedono ben poco alla vita privata. Ma forse è proprio per questo che amano tanto l’Italia, vedono nel nostro paese una sorta di oasi (maddeché???), il luogo ideale per rilassarsi, innamorarsi, mangiare bene e vivere a un’altra velocità. Innanzitutto alcuni di voi già sapranno che in giapponese amore si dice "ai". Se vi capiterà di trovarvi in Giappone spesso gli abitanti del luogo vi saluteranno dicendovi: "Amore, amore, amore" dopo avervi rivolta la domanda di rito: "no Alpitour?". A parte queste perle di saggezza, innanzitutto dovete sapere che quello giapponese è un popolo molto riservato e pudico e che per questo motivo ha ridotto drasticamente i rapporti fisici. Infatti, normalmente non si abbracciano, non si danno strette di mano, pacche sulle spalle, bastonate sulle gengive, ecc. ecc., e in pubblico i fidanzati sono solitamente motlo discreti, così niente baci, carezze, succhiotti o smancerie varie. Una caratteristica abbastanza particolare è che i Giapponesi non si chiamano quasi mai per nome. Essi lo considerano una mancanza di rispetto, una specie di volgarità. Così usano delle particelle onorifiche che alcuni già conosceranno: "chan" - "kun" - "san" - "shi". Ebbene, chiamano così praticamente tutti: il collega di lavoro, l'amico intimo, lo zio, pure il cane e il gatto. Gli unici casi in cui questa regola non viene rispettata sono nei rapporti di stretta parentela e tra fidanzati. E da qui il fatto di chiamarsi solo per nome è diventato sinonimo di stare insieme. Ma come ci si fidanza in Giappone? Beh, vista la riservatezza che contraddistingue la gente di questo paese, risulta molto difficile "cuccare" nelle classiche discoteche (che peraltro sono carissime) e nei vari pub. Nella maggioranza dei casi, ci si fidanza a scuola o nei luoghi di lavoro, ma anche e soprattutto nei tanti circoli, posti ove si incontrano persone che hanno uno stesso interesse. Altra curiosità amorosa: in Giappone fino a poco tempo fa il giorno di San Valentino non esisteva. Dal 13 Febbraio si passava direttamente al 15. No, scusate, non esisteva la festività di San Valentino. E' stata introdotta da poco, e i nostri amici con gli occhi a mandorla l'hanno leggermente reinterpretata proclamando San Valentino il giorno in cui le ragazze possono dichiarare il loro amore ai ragazzi che amano segretamente. E lo fanno inviando loro del cioccolato. Dal canto loro i ragazzi possono rispondere un mese dopo, il 14 Marzo, (c'è n'hanno di tempo per pensare!) regalando delle caramelle alle ragazze. Ultima stranezza in campo sentimentale: il matrimonio. Certamente saprete che nel paese del sol levante convivono tranquillamente il buddismo, lo shintoismo (religione politeista tradizionale) e il cristianesimo. E spesso le coppie decidono di sposarsi sia in modo cristiano, occidentale, che usando il rito shintoista, tradizionale. Questa cosa potrebbe scandalizzare qualcuno, però per i Giapponesi è normalissimo poiché essi danno poca importanza alla religione in sé e per sé, (ma ciò non significa che siano atei), mentre amano molto i rituali. Per questo generedi matrimonio ci sono i "Kekkun Shiki Jo" (letteralmente "luogo delle cerimonie matrimoniali"), cioè apposite agenzie che si occupano praticamente di tutto: trovano il prete e il monaco per le funzioni religiose, danno i vestiti agli sposi, si adoperano per il pranzo, fanno piccoli regali agli invitati (tutto ciò ovviamente dietro lauto compenso). In alternativa si può andare in qualche tempio o, al limite, si può stare comodamente in un albergo e affittare l'occorente. Saggezza orientale!. Per stavolta è tutto, se qualcuno avesse l'idea di avere una dolce metà con gli occhi a mandorla, adesso sa cosa l'aspetta. Se leggi qualche articolo sul Giappone, sui suoi usi e costumi, persino sul modo in cui i giapponesi affrontano la crisi attuale, troverai credo conferma di quanto ti sto dicendo. I giapponesi sono descritti come un popolo speciale, diverso da ogni altro, ma speciale in un senso deteriore. In generale la tesi predominante è che i giapponesi abbiano copiato quasi tutto dall'Occidente e che abbiano finito con l'estremizzare ed esagerare quello che anche da noi è ritenuto guasto, o da correggere, ma che di queste storture siano poco consapevoli. Che l'alienazione, il consumismo, l'inquinamento e altri grandi mali siano presenti ovunque, ma che in Giappone lo siano in misura maggiore. Naturalmente, come immaginare il contrario, il Giappone soffre effettivamente di questi come di altri seri problemi. Esiste l'alienazione. Il degrado culturale indotto dai media e dalla pubblicità. I giovani stravedono per i capi griffati, hanno gusti stereotipati, il denaro e il consumo sono individuati come valori chiave. Ma una descrizione di questo tipo, senz'altro banale, sembra attagliarsi bene anche al nostro paese. I giovani di Shinjuku e di Shibuya, quartieri alla moda di Tôkyô, sono più sciocchi, demotivati, consumisti di quelli di Milano, Londra, New York? E le signore di mezza età che fanno kaimono (shopping) sulla Ginza, sono peggiori delle loro coetanee di Montenapoleone o della Quinta Avenue? Naturalmente la mia risposta è no. Non sono peggiori, anche se forse, quello che ti colpisce, è la maggiore vivacità giovanile, la compresenza di molte tribù, ciascuna delle quali ha un suo modo di vestire e probabilmente di parlare e di gestire. Come se da noi, anziché prevalere uno o pochi temi, nel campo dell'abbigliamento e dei costumi giovanili, più stagioni della moda, del linguaggio, dello stile sopravvivessero coesistendo, fianco a fianco. Shibuya e Ginza non sono quindi luoghi di esplicitazione di una più forte tendenza all'omologazione culturale o al degrado rispetto alle nostre piazze giovanili, niente affatto. Anzi, sembra che nella schiavitù generalizzata di dover servire una moda, qui come altrove, si possa almeno scegliere quale. Nelle descrizioni che vengono usualmente fatte di Tôkyô si insiste molto sulla sua grandezza eccessiva, sul suo affollamento, sull'inquinamento, la mancanza di verde pubblico, la rumorosità, sugli effetti alienanti e disgreganti che colpiscono i suoi abitanti, sul mancato rispetto delle vestigia del passato, soffocate da cavalcavia o incassate tra orribili palazzine di vetro e di cemento. Tutte queste cose sono vere e innegabili. Tôkyô è affollata, rumorosa, caotica, piena di traffico, inquinata, senza verde, e probabilmente non favorisce rapporti umani idilliaci come quelli promessi da Jacques Tati nel suo "Jour de fête". Ma esistono città abitate da più di dieci milioni di abitanti (trenta milioni la grande Tôkyô) che non abbiano questi e altri problemi? Ha poco verde, ma dove c'è è tenuto magnificamente, come a Shinjukugyoen, nel centro del quartiere degli affari, dei grattacieli che ricordano New York e dei grossi centri commerciali, come Takashimaya, oppure all'interno dell'Istituto d'arte Nezu, di cui ti parlerò ancora perché è uno dei posti più belli in Giappone. Inoltre Tôkyô è una delle metropoli più sicure al mondo, anche se New York sta recuperando distanza. E dispone di una rete metropolitana che non ha nulla da invidiare a quelle di Londra e di Parigi. Ogni punto della città dista non più di qualche minuto dalla più vicina fermata di una linea sotterranea o dalla stazione di un treno leggero. I treni sono frequenti, circa uno ogni cinque minuti in media, e puntualissimi nel partire e nel passare. Il che sopperisce ampiamente alle carenze dei mezzi di superficie, costretti a percorsi complicati e tortuosi dalla conformazione casuale e intricata dei quartieri e degli isolati. Un altro mito da sfatare è che il Giappone sia un paese costoso, se non il più costoso del mondo. Mangiare a Tôkyô non costa più caro che a Milano, che è una città molto costosa. Costa anzi meno. Inoltre a Tôkyô il numero di ristoranti e di luoghi in cui mangiare o procurarsi del cibo è talmente alto che puoi sempre cavartela con una spesa inferiore che in Italia settentrionale, e mangiando cose che da noi sono tutt'altro che economiche, come il pesce e i crostacei. Come ovunque, l'esotico costa caro. E un caffè espresso è, in Giappone, un prodotto piuttosto esotico. I prezzi di alcuni prodotti sono in effetti esorbitanti - il prosciutto di Parma può costare 30.000 lire a fetta, il manzo 90.000 lire al chilo - ma non sono prodotti imprescindibili, nemmeno per chi deve soggiornare a lungo in Giappone. In compenso, e chissà perché, il latte costa meno che da noi, circa 2.000 lire al litro, mentre la frutta, anche di stagione, è carissima, a causa della politica protezionistica di cui gode l'agricoltura: una anguria intera costa circa 40.000 lire, un grappolo d'uva non grande circa 15.000 lire.) Insomma, il Giappone è caro solo se non rinunci alle tue abitudini alimentari, o cerchi di non rinunciarci. Personalmente credo che sia meglio in ogni caso aprirsi a nuove esperienze culinarie, soprattutto quando si viaggia all'estero, e tentare di mangiare italiano all'estero non è mai molto gratificante e sempre piuttosto costoso. Tôkyô è una città di cultura? Di primo acchito, viene da rispondere di no. Tôkyô sembra la capitale mondiale del consumismo. Non c'è articolo, di qualsiasi cosa si tratti, da un capo in pelle italiano ad un prodotto hi-tech locale, che tu possa trovare altrove e non qui. E ve ne sono molti che puoi trovare solo qui, e non altrove. Queste proporzioni impreviste di tutto ciò che è mercato, però, ricordano anche il commercio dei libri, dei quotidiani, delle riviste periodiche, dei manga, al punto che, di fronte del nostro asfittico mercato librario, anche un grande magazzino qualsiasi può avere un reparto libri più grande della maggiore libreria di Milano. In un paese in cui, come sai, la scrittura è un misto di ideogrammi e di caratteri fonetici, e richiede diversi anni di scuola, fino all'equivalente delle nostre medie inferiori, per essere appreso quanto basta a leggere un giornale, o un libro non difficile. Tôkyô non ha musei paragonabili a quelli di Londra, Parigi o, suppongo, New York, né simili a quelli di Roma o Firenze, il che dipende più dalla differenza tra l'arte giapponese e quella occidentale che dalla storia del Giappone e dalla sua civiltà. I musei istituiti in Giappone, a Tôkyô come a Kyôto, sono in effetti una imitazione di quelli occidentali, perché vennero istituiti con l'intento di rafforzare l'unità nazionale copiando quelli europei proprio nell'epoca del rinascente nazionalismo giapponese (grosso modo dagli anni '70 del secolo scorso, nell'epoca detta Meiji dal nome dell'imperatore allora regnate, propugnatore della modernizzazione). Sono generalmente più piccoli di quelli a cui siamo abituati, più numerosi, e quelli più caratteristici sono magari al dodicesimo piano di un palazzo, oppure sono il patrimonio di un'accademia privata di belle arti, come il già citato istituto Nezu. Inoltre i pezzi esposti non sono mai gli stessi, ma vengono fatti ruotare tutti periodicamente, con grande vantaggio per i residenti. Poi gli emaki, lunghissimi rulli di carta (anche venti metri) che recano dipinti e esempi calligrafici, in cui gli edifici sono dipinti senza le pareti esterne, in modo da poterne vedere gli occupanti. E poi i rotoli da appendere, spesso a sfondo religioso o con mandala, dipinti e con supporto di tela, da appendere. Infine gli oggetti di legno ricoperti di lacca. Questi tipi di oggetti, comuni a tutte le epoche, si vedono ovunque, e sono spesso bellissimi e gradevoli da guardare anche per chi non li ha mai visti prima. In epoca recente, diciamo dalla fine del settecento, si diffonde anche la stampa, un'arte che per popolarità può essere paragonata, nel nostro tempo, al cinema, e che ha avuto protagonisti eccezionali, alcuni dei quali hanno una certa fama anche da noi, come Utamaro, Hokusai, Hiroshige. Quanto all'architettura, templi, santuari e palazzi hanno da invidiare a quelli cinesi a cui si ispirano, e di cui sono, di fatto, vere e proprie copie, per quanto un occhio addestrato finisce con l'identificare immediatamente quanto di proprio i giapponesi hanno aggiunto o modificato, e soprattutto tolto. In generale l'architettura giapponese tradizionale è sobria, austera, molto elegante. Poi naturalmente ci sono tutte le arti minori, come quelle che producono le suppellettili laccate che già ti dicevo, e poi i monili, e gli oggetti in ceramica, e tutte queste cose di confine tra arte e artigianato che ai giapponesi vengono benissimo. Ma quello che veramente non può non colpirti è la scultura di ispirazione buddhista, perché i suoi prodotti, dai più antichi, risalenti all'epoca dell'arrivo del Buddhismo, nel VII secolo, ai più recenti, sono meravigliosi, notevoli, piacevolissimi. Dai terribili custodi alti tre, quattro metri che sorvegliano gli ingressi ai templi, alle piccole statuette bronzee di Kannon, una incarnazione misericordiosa di Buddha che non ha sesso, e viene indifferentemente rappresentata come una figura androgina dalle molteplici braccia dispensatrici di conforto e misericordia. In generale i giapponesi sono persone gentili e indiscutibilmente di animo delicato: negli arredi urbani, nella cartellonistica stradale, in tutto ciò che è collettivo e disegna lo sfondo urbano, prevale il carino (kawaii).
Proprio non riesci a credere che questa gente abbia invaso mezza Asia, aggredito l'America, brutalizzato la Cina, violato Nanjing e la sua popolazione, seppellendo vivi gli uomini, stuprando le donne, facendo a gara degli ufficiali a chi troncava più teste in fila con il katana. Ma questa che ho visto è una generazione molto diversa da quella tra le due guerre. Là era tutto tradizione, austerità, educazione alla repressione e autoritarismo. I giapponesi di oggi hanno benessere, ricchezza, libertà (economica), negozi in cui comprare mutandine usate delle liceali, nessun ruolo internazionale da difendere o da accrescere, e sembrano mollemente decaduti e chiusi nel loro particolarismo. Se apri una mappa in strada, qualche passante ti aiuterà a trovare il luogo che stai cercando. Se questo accade sempre a Tôkyô, a maggior ragione accadrà nei piccoli centri, dove i valori tradizionali sono ancora in auge e dove la vita è meno frenetica. A dispetto dei racconti che vengono fatti, girovagare per Tôkyô è piuttosto facile. Non è vero che nessuna strada ha nome, solo quelle piccole non l'hanno, ma in effetti solo in alcuni rari incroci il nome delle strade è riportato, mentre nella maggior parte dei casi, chissà perché, questo non avviene. Così per aiutarti puoi chiedere ai Koban, le piccole stazioni di polizia collocate ad ogni incrocio di un minimo rilievo, con i suoi wanted appesi in bacheca, oppure usare grandi magazzini e fermate del métro come punti di riferimento. Naturalmente, anche se i mezzi pubblici sono straordinariamente efficienti, puliti e in orario, girare per la capitale richiede tempi molto lunghi, perché la sua estensione è enorme, e le cose notevoli sono sparse ovunque, non esistendo un vero centro come nelle nostre città. Tôkyô notturna deve offrire un repertorio inesauribile di locali, night club con spogliarelli, a partire da 5.000 ¥ per venti minuti di spettacolo, come promette un cartello tenuto in piedi da un omino, le cui uniche parole occidentali erano ANAL FUCK a Shinjuku, birrerie in stile bavarese dove consumare ottime birre locali, cinematografi, questi sì molto costosi, dove i film giapponesi contendono con quelli americani, e infine oltre centomila ristoranti, e hai solo l'imbarazzo di scegliere e non sai mai dove fermarti.
A volte penso che il Giappone abbia finito con l'assomigliarci molto, e che condivida molti dei nostri difetti. Tuttavia il senso dell'appartenenza alla collettività è più sentito che da noi (ci vuol poco, in effetti), e molte cose osservate inducono a pensare che i giapponesi abbiano più senso civico, siano mediamente più istruiti, godano di un sistema sanitario migliore del nostro, di una minore diffusione della criminalità e della droga. Quanto ai difetti del suo sistema scolastico, alla omologazione culturale, al conformismo, alla democrazia incompiuta, al malaffare politico, al consumismo, beh... abbiamo solo da guardarci intorno, pensare ai nostri coetanei che un giorno governeranno il paese o costituiranno le classi privilegiate per accorgerci che non abbiamo lezioni da impartire a nessuno. Ci sono altre due cose di rilievo, che mi vengono in mente: le ragazze giapponesi e i seven/eleven. Le ragazze di Tôkyô, per intenderci, assomigliano alle borghesi di Padova e di Venezia - se la tirano esageratamente - ma sono molto meglio vestite, con capi griffati e grande cura per l'abbigliamento e il corpo.
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