I samurai

Etica incorruttibile, spirito di sacrificio, abilità, forza: i guerrieri del Sol Levante esercitano un fascino enorme sul mondo occidentale, sono i samurai. Nell’ antichità il Giappone era suddiviso in tanti piccoli staterelli rivali l’uno con l’altro e viveva in uno stato di perenne guerra. I nobili richiamarono a loro dei guerrieri valorosi e fedeli: i samurai (dal verbo saburau = servire-essere al servizio). Questi guerrieri si dotarono di un loro codice d’onore: il bushido, che oltre il comportamento sul campo di battaglia ne regolava la vita spirituale.

Cenni storici

samurai con katanaLa prime notizie storiche sui samurai risalgono al IX-X secolo e sono legate allo sviluppo in Giappone dello shogunato, un sistema feudale sopravvissuto per tutto l’Ottocento. «I samurai all’inizio erano miliziani assunti dai feudatari delle province per sedare le ribellioni» Nel 1185 salì al potere la prima grande famiglia di guerrieri, quella dei Minamoto, e lo shogunato si affermò definitivamente, mentre il potere imperiale perse centralità. «In realtà fin dalle sue origini il Giappone è stato caratterizzato da connotazioni militari».

All’inizi del 900 gravi carestie e conflitti bellici rensero il Governo centrale impossibilitato a garantire la sicurezza nazionale, per questo i nobili si costruirono propri eserciti personali composti da guerrieri provenienti dalle campagne e istruito al combattimento, le continue lotte interne finirono per aumentare il potere e l’importanza di questi guerrieri, contemporaneamente i nobili resero l’imperatore di fatto escluso dalla direzione dello stato. Dal XII secolo i samurai o bushi (“uomini che combattono”) costituircono la casta più importante della piramide sociale. I samurai erano al completo servizio del proprio padrone (daimyô) e per lui sono pronti anche a togliersi la vita tramite il famoso rituale chiamato seppuku. I samurai seguivano un codice di comportamento bellico chiamato bushido che letteralmente significa “via del guerriero”, il punto fermo del bushido era l’onore sia in battaglia che nella vita comune, il bushido inoltre disciplina i rapporti da tenere in uno stesso clan e con il proprio capo. Il samurai doveva essere sobrio, modesto, in guerra deve essere coraggioso, leale, solidale e naturalmente deve avere un grande onore. Ai samurai erano attribuiti spesso due termini: bun che indicava saggezza di tipo confuciano e bu che indicava il contesto marziale. Infatti una delle doti essenziali del samurai era il giusto equilibri tra azione e riflessione. La formazione ideale del samurai era un insieme di componenti, sociali, filosofiche, religiose. Non fu difficile per i bushi con innata semplicità shintoista assimilare le dottrine dello zen, il samurai fin da bambino imparava a non tradire nessun emozione ed a controllare il suo spirito, per fare ciò era necessario sacrificio e ore e ore di esercizi. Lo zen fu fondamentale ad allenare e perfezione il loro famoso autocontrollo in quanto le sue tecniche insegnavano ad avere la totale padronanza delle proprie emozioni, dote fondamentale per un samurai sempre di fronte alla morte.

I samurai nel mondo moderno

Oggi, per competere con la concorrenza orientale, l’economia americana, sta cercando proprio loro: non guerrieri, ma agguerriti manager dall’etica incorruttibile e in grado di identificare il proprio successo personale con quello del gruppo o dell’azienda. Lo afferma Andrea Pítasi, docente di Sociologia giuridica e della devianza all’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti, che ha studiato la cultura giapponese proprio per il suo contributo allo sviluppo di nuovi modelli di organizzazione aziendale.
«Nel Giappone antico», osserva Alida Alabiso, docente di Archeologia e storia dell’arte giapponese all’Università di Roma La Sapienza, autrice del libro I samurai (Newton & Compton, 158 pagine, 7,90 euro).
«la cultura samurai è sinonimo autodisciplina, capacità di sacrificio e dedizione. Non è un caso che i Giapponesi, se le finanze del Paese sono in crisi, si autotassino versando le tredicesime». Ciò che li anima è lo stesso profondo senso del dovere dei fascinosi guerrieri che dominarono il Giappone per 700 anni. Non è tuttavia questo aspetto ad accendere la fantasia di noi occidentali.
«Nella mentalità europea e soprattutto in quella latina», spiega Andrea Pitasi, «prevale l’idea del samurai come spirito libero, super-eroe guerriero senza macchia né paura che segue un rigido codice morale, ma non è “a servizio” di nessuno. Una figura che si identifica in realtà solo con i cosiddetti ronin, i samurai rimasti senza padrone dopo la sconfitta del loro signore che in Giappone erano considerati invece banditi o sbandati ».

Rapporto samurai-signore

Minamoto Yoritomo (1191), il fondatore dello shogunato di Kamakura, dettò alcune regole che rimasero fondamentali per i samurai, alla base di queste regole c’erano devozione e lealtà da parte del samurai al proprio signore. Questo rapporto legava entrambe le figure, il samurai si impegnava a servire il superiore il quale a sua volta lo ricompensava con un possedimento fondiario, chigyochi. Durante il x secolo la cerimonia di investitura da vassallo e signore era centrata su un giuramento che nel periodo Kamakura viene trascritto su un rotolo, kishomon. Il kishomon dopo essere stato compilato veniva bruciato e sciolto in un liquido che il samurai beveva, in questo modo il bushi interiorizzava sia materialmente che simbolicamente il patto che aveva fine solamente con la morte da parte di uno dei due contraenti. Il legame che univa i due era talmente forte che quando un signore moriva, molti dei suoi samurai si suicidavano per seguirlo anche nell’aldilà. Questa usanza veniva chiamata junshi e venne vietata per legge dopo che interi clan di samurai si suicidarono, non sparì però completamente. Uno degli episodi più famosi è senz’altro quello dei 47 ronin che si uccisero dopo avere vendicato il proprio signore. Gli obblighi del samurai verso il proprio signore erano molti: fedeltà, sottomissione, turni di guardia, fornitura di guerrieri, partecipazione alle spese per il mantenimento del potere da parte del proprio signore, in cambio il signore garantiva protezione, aiuto e ricompense dopo le battaglie. I principi che legavano il samurai al signore erano fondamentalmente due: giri= dovere e chugi= lealtà, il samurai doveva inoltre possedere saggezza= chi, valore= yu, benevolenza= jin; doveva essere coraggioso e forte ma nello stesso tempo composto e magnanimo, il coraggio era uno degli elementi fondamentali naturalmente. Il samurai era al servizio del Daimyo, Signore di un clan o di una provincia ricco e potente, a sua volta il Daimyo era al servizio dello Shogun (Generalissimo), il quale nominato dall’Imperatore, prima di diventare Shogun era anch’egli un Damyo. Lo Shogun governava in modo dispotico ed autoritario in nome dell’Imperatore, ma di fatto quest’ultimo possedeva solamente una carica onorifica.

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